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Il primo numero della rivista Vintage! fondata da Anselmo Patacchini e Vincenzo Merola risale all’Aprile 2004.
Il magazine nasce per soddisfare le esigenze e curiosità di numerosi appassionati e collezionisti degli anni Sessanta e dintorni, in particolare di cultura beat e psichedelia, ma nel vastissimo orizzonte di quel periodo si è liberamente spaziato anche dal garage al surf, dal Rock’n’Roll al Rock’n’Blues, dal soul al folk rock, dal pop ai primi vagiti progressivi, non disdegnando quella produzione più recente che in qualche modo è riuscita a cogliere lo spirito dei Sixties, traendone la giusta ispirazione. Concentrando l’attenzione sulla produzione discografica relativa a un arco temporale limitato – che nel nostro caso coincide con uno dei decenni più prolifici dal punto di vista musicale e più in generale artistico – si è voluto sopperire a una sottovalutata carenza dell’editoria musicale italiana (e non solo), sempre pronta a soffermarsi su ciò che fa tendenza e che spopola in classifica, ma spesso restia a occuparsi di quegli artisti o gruppi che, nonostante abbiano fatto la storia, il grande pubblico troppo in fretta dimentica.

Gli anni ‘60 sono stati caratterizzati da una esplosione di pura creatività, e al di là dell’oggettiva bellezza dei tanti dischi dell’epoca e del loro valore seminale, in quel contesto la musica è stata parte integrante di un susseguirsi di eventi: alcuni esaltanti, altri funesti, ma comunque sempre brucianti ed estremamente significativi. E mentre il mondo andava a mille, è successo che dei perdigiorno con degli strumenti in mano hanno creato un senso comune di gioiosa resistenza a un ordine costituito che si ergeva a difesa di valori inflessibili e anacronostici. Un decennio esplosivo. Nixon e Martin Luther King, il Village e Malcolm X, Classius Clay e Krushev. E poi la musica, che ha creato e animato una formazione sociale chiassosa e vitale ma al tempo stesso vulnerabilee, più o meno consapevolmente, destinata alla sconfitta: i fiori che hanno dato ai poliziotti sono appassiti in fretta. In quella eccitante confusione il beat e la psichedelia erano qualcosa di più di un ritmo battente, erano un linguaggio nuovo, intimamente errante ma dirompente, perché la sua codifica, la sua comprensione, sfuggiva alla generazione precedente. Ma era un linguaggio molto forte, che aveva la formidabile capacità di comunicare con ingenua schiettezza l’esigenza di immaginare ancora e di rimuovere ammuffite convenzioni. Resta il fatto che quell’occasione un’intera generazione l’ha colta, passando il testimone a quelli venuti dopo. E questo vale soprattutto per la musica, visto che quasi tutto quello che c’è oggi è stato concepito allora, anche grazie a un’operazione di stupefacente intuito: incendiare la spensieratezza degli anni ‘50, costringendo i più giovani a porsi domande scomode, ma senza annoiarli. Era protesta rotolarsi nudi nella melmosa poltiglia di Woodstock, così come era protesta la benzina versata e il fuoco appiccato da Jimi Hendrix alla sua chitarra.

La rivista Vintage! con le tante storie raccontate, anche dagli stessi protagonisti dell’epoca, ha voluto ripercorrere con grande e sincera passione quel magico universo degli anni Sessanta. Il lettore troverà nelle monografie proposte un’accurata ricostruzione delle vicende relative alla formazione e alla carriera dei musicisti; una competente guida all’ascolto che possa indirizzare le ricerche degli appassionati verso le opere di maggior pregio, contribuendo inoltre ad approfondire la conoscenza e la reale comprensione dei brani; una discografia completa, utilissimo strumento nelle mani del collezionista, corredata dalle immagini di tutte le copertine fotografiche e dei vinili più rari, nonché dalle quotazioni, arriccchita da note e curiosità. Una rivista davvero completa, da avere a tutti i costi, da collezionare e custodire gelosamente.